giovedì, 19 novembre 2009

Paul KleeL’ascolto e il segreto, dunque, producono un grande legame dove occorre, scrive Barthes, “fare apparire alla coscienza il ‘di sotto’ del senso (ciò che è vissuto, postulato, voluto come nascosto)”.
Il riferimento alla psicanalisi, all’ascolto psicanalitico, è soltanto anticipato di poche pagine. Ma piuttosto che collegare il segreto alla religione confessionale, come fa Barthes nel passo che sto commentando, non vedo contraddizioni nel collegare in modo diretto la segretezza al segno e, dunque, alla scrittura. Scrittura non ancora musicale, vale a dire stabilita da regole precise e riconosciute da una comunità, ma un tentativo di analizzare l’impronta sonora, di far risuonare il corpo sonoro (Jean-Luc Nancy ne parla, per esempio, nel suo saggio All’ascolto). E’ la soglia dove la poesia e la musica s’incontrano, naturalmente. Grandi incontri di questo tipo costellano la musica di ogni epoca; nel Novecento non mancano gli esempi, mi vengono in mente Boulez, Webern, Berio…Boulez che compone su poesie di Renè Char e di Mallarmè; Berio che produce una lettura “linguistica” di Joyce; Webern che fonda, si può dire, l’atteggiamento dominante della musica degli Cinquanta, dal momento che viene riscoperto dopo un lungo esilio in questo periodo. La musica che credeva ancora nelle nuove frontiere, che non si lascia assorbire dalle solite “leggi del mercato”, in un periodo in cui l’avanguardia, semmai, detta la sua legge.

Renè CharLa voce, alla quale Barthes ha dedicato pagine molto interessanti, fa delle strane apparizioni proprio laddove sembra cancellata o diventa improbabile, al di là dei confini soffocanti del melodramma o della canzone pop, cioè si trasforma anch’essa nella musica elettronica. La musica pensata e studiata a partire dal suono, dunque, dato che altro non significa “musica elettronica”: aderenza al corpo sonoro, materialismo danzante. Tra la voce e il suono elettronico è come se ci fosse un conflitto dialettico e virtuoso: una lotta di cui molta musica popolare non sa nulla e che, forse, maschera pur di farci credere che il testo, le parole cantate, siano davvero musica. Ma la parola diventa musica se è concepita per essere suono, non dovrebbe sovrapporsi al tessuto musicale, sovraccaricando la musica di significati, di contenuti che non appartengono che ai codici sociali.

Ma questo non è forse già più Barthes, non soltanto almeno, è ancora di più il lavoro di Deleuze e Guattari a partire dalla musica e per la musica (rapporto ben documentato, tra l’altro, dal volume Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica, ed. Cronopio). Nell'intervista rilasciata da Christian Zanési le questioni che tengono occupato il musicista elettronico mi sembrano ben espresse, oltre a non restare soltanto teoriche dato che lui si occupa di un festival davvero intrigrante...

   
        

 

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domenica, 15 novembre 2009

Roland BarthesLascio qui alcuni appunti di lavoro sui saggi che Barthes ha dedicato alla musica, più in particolare alla voce musicale e all’epoca del canto romantico (lied). Si tratta di saggi poco commentati, in genere, persino dai musicologi ma di grande fascino. Alcune citazioni per cominciare:

“Costruito a partire dall’udito, l’ascolto, da un punto di vista antropologico, è il senso stesso dello spazio e del tempo, colto attraverso la percezione dei gradi di lontananza e dei ritmi regolari dell’eccitazione sonora. Come per il mammifero il territorio è contrassegnato da odori e da suoni, così anche per l’uomo-spesso non ci si pensa- l’appropriazione dello spazio è in parte sonora: lo spazio domestico, quello della casa, dell’appartamento (…) è uno spazio di rumori familiari, riconosciuti, che nel complesso formano una sorta di sinfonia domestica (…) Kafka ha descritto con esattezza questa sinfonia familiare in una pagina dei Diari (5 novembre 1911): ‘Sto seduto in camera mia, nel quartiere generale del rumore di tutto l’appartamento: odo sbattere tutte le porte’…”

Qui Barthes pone due questioni che, per così dire, mi balzano all’orecchio: il rapporto tra il suono e lo spazio è anteriore (primordiale) rispetto a quello, più convenzionale, tra il tempo e i suoni (rapporto codificato da una scrittura musicale, più o meno tradizionale ovvero più o meno lontana dal pentagramma). In secondo luogo, ci sono interpolate delle suggestioni come il tema del sinfonico o della “sinfonia domestica” che richiama lo sviluppo della modernità- qualche esempio oltre la letteratura: Berlino, sinfonia di una grande città di Ruttman, il lavoro di Benjamin e le esplorazioni sociologiche di Lewis Mumford, tutte quelle composizioni audiovisive che nascono da una percezione singolare dello spazio “esterno”- , in modo più specifico le ricerche di musica concreta di Pierre Schaeffer, autore guarda caso di una Sinfonia per un uomo solo.

 

“Immaginiamo che il bambino ascolti, vigile, i rumori che lo possono avvertire del ritorno desiderato della madre: egli si trova nel primo tipo di ascolto, quello degli indizi. Quando però non sta più in attesa  dell’indizio e si mette a mimarne il ritorno regolare, allora egli trasforma l’indizio atteso in segno, passando in tal punto al secondo tipo di ascolto, che è quello del senso: ciò che è ascoltato non è più il possibile (la preda, l’insidia o l’oggetto del desiderio che si manifesta senza preavvisi), bensì il segreto, ossia qualcosa che, sepolto nella realtà, non può presentarsi alla coscienza umana se non tramite un codice che serve tanto a cifrare questa realtà quanto a decifrarla”.


Citazioni tratte da Ascolto, in L'ovvio e l'ottuso, Einaudi 1985.


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martedì, 03 novembre 2009

Forse si comincia soltanto adesso a conoscere Sebald in Italia, dopo che Adelphi ne ha pubblicato diverse opere, l’ultima delle quali in ordine di arrivo in libreria è Secondo Natura (Nach der Natur). Prima opera di Sebald, giunge a chiudere il cerchio, ma come si sa i cerchi- di un’opera, della memoria, dei sogni- non si chiudono mai facilmente. Non si tratta di un romanzo, né di una serie di racconti, anche se nel caso di Sebald la tradizionale distinzione tra i generi letterari non qualifica affatto il suo lavoro. Si tratta, piuttosto, di un grande polittico che germina tra il verso e la prosa, che decostruisce entrambi, forse, attraverso il riferimento visivo oltre che enciclopedico (Grünewald, il paesaggio, la botanica). L’asse tematico del discorso è, però, il medesimo degli altri libri: il rapporto conflittuale tra la natura e la civilizzazione. Lo ha detto bene Raul Calzoni recensendo il libro qualche settimana fa su Alias (Il Manifesto): “Natura e dissennata civilizzazione, istinto e ragione rappresentano la sistole e la diastole dell’impianto lirico di Secondo natura, che è volto smascherare l’insensatezza della ragione e della scienza umane, quando cercano di porre un limite al disordine del mondo”.

L’interesse di questa lettura, come sempre con Sebald, va però oltre i riferimenti tematici che lo accomunano, d’altra parte, a molti altri scrittori dell’area mitteleuropea (Musil, Benjamin, Walser, Benn); piuttosto, leggendolo si ha l’impressione di recuperare una facoltà perduta e preziosa: la memoria. La memoria delle cose e degli eventi, specialmente di certe zone rimosse dalla coscienza pubblica; non si tratta soltanto della questione del nazismo o della distruzione naturale- leopardiana, se vogliamo- del mondo, ma di quelle percezioni minime di cui è fatta una vita. Per questo motivo mi sembra che la parte più convincente del suo lavoro si trova nelle biografie di personaggi come conosciuti, in quelle vite ordinarie catturate dallo sguardo dello scrittore, di cui romanzi come Gli emigrati o Gli anelli di Saturno rappresentano molto bene gli effetti, le molteplici andature narrative e storiografiche, qualche volta deliranti. Perché Sebald rimane uno scrittore della razza più fine: un écrivain savant, un “passeggiatore solitario”- è il titolo di un saggio dedicato a Robert Walser- che non si stancava mai di scoprire nuove faglie del passato e, quindi, del futuro.    

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sabato, 24 ottobre 2009

Quante cose sono passate dal cinema…Sono troppo giovane per ricordarlo come lo ricorda Goffrefo Fofi, attraverso le icone del cinema americano del dopoguerra (chissà se si trova ancora quel suo libretto sulle star di Hollywood), ma ciò non di meno è stato anche per me un passaggio obbligato. Un passo falso? Forse, come ogni volta che si attraversa una stanza piena di specchi e non sai mai bene dove si trova la finestra vera e quella falsa. Ancora oggi, per esempio, non comprendo se le mie idee si trovavano in certi personaggi cinematografici o se ce le ho messe io, a cose fatte…

 

Prendiamo il cinema degli anni Sessanta, quello francese. C’è qualcuno che non ha meditato e sognato su pellicole come L’uomo che amava le donne o I quattrocento colpi di Truffaut? Qualcuno che non abbia meditato ogni fotogramma di 2001 Odissea nello Spazio? Qualcun altro che non abbia idolatrato, anche soltanto per provocazione, un film di Cassavetes? Fassbinder? Godard? Von Trier? Certi registi sono più coriacei di Aristotele e di Virgilio, di certo sono più amati, almeno da quelli che considerano- ma siamo sempre di meno- il cinema come un’arte. Quanto deve la letteratura al cinema? E il cinema al teatro? E il teatro, problema più complesso, al gioco di riflessi con lo schermo? Sorvolo su tutto questo, troppo complicato per un pomeriggio breve che già fugge, e al quale sto già facendo la violenza di scrivere.

 

Sempre di meno...L’arte del cinema o il cinema come arte esiste sempre di meno. E’ diventata questa la mia unità di misura preferita, sembra, ma non ho scelto io di “aspettare Godot”: la coscienza si mette da sola in lista d’attesa e, nel frattempo, non le rimane che rivedere gli stessi film. Rivedere, questo è un verbo che ha un senso profondo, dato che rivedere è tutto un lavoro: se un film non l’hai visto almeno due o tre volte, non lo hai proprio visto.


 Quattro ritratti, allora, da gettare al vento. Quattro magnifiche ossessioni dei tempi andati. Certo sono pochi, magari di parte, “cinefili” come si dice, ma danno l’idea. No, la gettano via; come quel certo occhio (un certain regard) che non vorremmo proprio perdere…

 

 

Godard.

In fondo, era veramente separato da una sottile membrana da Truffaut e Rivette, Rohmer o da Chabrol. Qualcosa in lui faceva resistenza, e poi era sempre- celebre questione, quella del dinamismo godardiano- da un’altra parte. Baudelaire, certo, e la modernità come shock rivissuto e da far rivivere agli altri. Come tutti i poeti, Godard non amava la camera fissa; ne ricavo subito che Warhol era antipoetico, in primo luogo, come cineasta (Empire State Building: un’icona che non cessa di diventare fiamma, una pellicola suicida). Lo sarà anche, a modo suo, il Godard degli anmi "maoisti", come si è detto, ma è una storia ingarbugliata degna di Lewis Carroll (appunti critici disseminati specialmente ne La cinese e nel bellissimo, sontuoso, a-teologico Godard par Godard di Alain Bergala).

Godard negli anni Ottanta, non lo ricorda più nessuno, fa dei film straordinari: Passion, Prenom Carmen, Si salvi chi può (la vita), Nouvelle Vague…Fa anche molte cadute nell'acqua, d'altra parte è andato ad abitare vicino ad un lago, lontano da Parigi. Avevano comunque tutti, questi lavori, una febbre diversa dai primi film: c’era il confronto sempre più serrato e disperato con la pittura, con la questione del colore, della forma; lo ricorda bene Jacques Aumont in un capitolo del suo libro L’occhio interminabile. Qualche tempo fa ho scoperto che su Youtube si può vedere in forma integrale Alphaville, uno dei film più riusciti e malinconici di Godard. All’epoca sembrò ingenuo, lo è ancora oggi, ma alla maniera dell’ingenuità di certi versi di Rimbaud.

Quante volte avrò visto Il disprezzo? E Vivre sa vie? Una dozzina di volte almeno…Film di medio livello, Il disprezzo, ma chissà perché la copia orribilmente alterata dal produttore italiano (Carlo Ponti) aveva generato in me un piacere tale che quando ho visto l’originale ho quasi sentito la nostalgia per quella “brutta copia”…Capitava persino questo con JLG. Di recente, a Venezia sono rimasto folgorato da una fotografia di Godard apparsa, come per magia, in una vetrina del centro: sorrideva con quello sguardo un po’ folle, dietro gli occhiali scuri; una valigia in mano, ancora sul punto di partire. Sempre. Non importa se la copia è vera o falsa, Godard giocava anche lui con la riproduzione di tutte le cose, fino al monumento nero che è Histoire(s) du cinéma.

 

Truffaut.

Truffaut - Jules et JimHo cominciato a frequentare il suo cinema molto tempo dopo quello di Godard, nonostante i consigli degli amici; semplicemente, non ci trovavo quello che cercavo. Una proiezione di Effetto notte riesce a forare la superficie della mia indifferenza. Forse perché lì Truffaut fa i conti con la sua passione dominante, con la forma cinematografica, lasciando perdere il contenuto, dandolo per scontato (l’ amour fou)? Arrivano gli altri film, uno dopo l’altro: sono come delle zaffate di calore, alla fine.

Oggi comprendo meglio l’uomo, ma continuo a trovare il regista nel complesso accettabile, tranne che nel bellissimo Jules et Jim. C’è una certa Francia, come in Tirez sur le pianiste, ancora quel dinamismo "assoluto" che non si giustifica con la storia o l’intreccio: Marie Dubois che chiede di accendere una sigaretta e fa il giro della stanza facendo il treno, Jean Moreau vestita da garçon, i mulini persi nella campagna, la spudoratezza, l’eleganza, la provocazione di un libro (Henri-Pierre Roché lo firma e si brucia il nome per sempre) che non ha niente della ricerca formale delle avanguardie in un film che è tutto una raffinatezza di forme, un'esibizione, persino, di falsi sguardi (il famoso fermo-immagine di Jeanne Moreau, per esempio).

 

Wenders.

Wenders - Lo stato delle coseUn amico videomaker me ne parlava un gran bene, ma io non gli davo retta; poi vedo Paris Texas e resto colpito da ogni minuto di questo poema fotografico che passa, forse, senza mai finire davvero. E' la maledizione della firma, incantevole. Anni dopo vedo Lo stato delle cose: allora sì, posso osservare qualcosa in fondo all’immagine…La ritrovo anche ne L’amico americano (Bruno Ganz e Dennis Hopper nello spazio della malattia e dell’amicizia). E’ davvero qualcosa di simile a ciò che trovo in Antonioni, quello di Blow Up e di Deserto Rosso? Apprendo soltanto dopo che l’esteta aveva fatto dipingere di bianco gli alberi di un bosco e che, il giorno dopo, la pioggia gli ha rovinato l’effetto. Ecco, c’era un senso rigoroso dell’immagine, anche un gusto folle dell’artificio; un modo di ritrovare l’azzardo oggettivo (Breton, ancora la Nouvelle Vague) con la macchina da presa, di ribaltare i piani per cui è la realtà a seguire l’immaginazione e non viceversa…Esattamente ciò che oggi non si sa più provocare né ritrovare, credo. E' diventato ovvio che per fare cinema ci vogliono i quattrini, ma il linguaggio cinematografico che potrebbe essere violato allegramente rimane teologicamente, asetticamente uguale.

 

Bergman.

Bergman - Sussurri e gridaChe dire di lui? Mi mancano le parole.
Il posto delle fragole, e subito dopo- per contrasto, per unità di grandezza- Persona. Un film che commuove facilmente e un altro che sconvolge alla radice lo spettatore, lo disturba in tutti i modi, non gli lascia nulla di certo nella mente…Si vede bene che razza di mostro geniale, molteplice e corrosivo era Bergman. Il capitolo letterarioè costituito da un libro singolare, una biografia-diario,  ovvero da Lanterna magica. Bergman intimo, Bergman uomo di teatro e politico a modo suo, mentre si spengono le luci. Tutto il resto: variazioni sul tema, compreso il tanto decantato, televisivo, leggermente stiracchiato Scene da un matrimonio…Radiografia lucida, terenziana (masochismo e narcisismo insieme), di un mondo senza amore e, dunque, senza vera violenza.
La coppia moderna ritratta da Bergman è una sorta di anestesia morale, ieri come oggi.

Gli preferisco le ambiguità di Una passione, o il bellissimo Il rito. Destini individuali, dunque. Bergman sapeva parlare con cognizione di causa degli artisti, come ne Il volto, ma sapeva anche metterli in ridicolo nella commedia, veramente divertente, A proposito di tutte queste signore. L’ho rivista, per colmo di sventura, in una copia in lingua originale, in svedese. Funziona persino senza i sottotitoli, puro teatro delle marionette. Ci vuole stomaco, altro che Romero con i suoi zombies prevedibili, persino "realistici" a giudicare da chi s'incontra in metropolitana oggi.

 

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venerdì, 23 ottobre 2009

Ali WiseAd un certo punto della sua vita, Ali Wise deve aver sentito che non bastava più…Che cosa? La verità che le veniva data, la verità degli uomini. Diciamolo bene, l’orizzonte stesso della verità che si può sopportare, che si lascia gestire, quella mezza verità che a noi uomini, spesso, risulta più che sufficiente. Noi uomini, i detentori non tanto della verità- quante volte ne facciamo a meno- ma della sua stessa definizione. Come si dice dell'immagine, alta o bassa definizione...E' una lunga storia, certo. In fondo, è la formula di Henry Ford: “Puoi scegliere qualsiasi tipo di macchina, purché sia una Ford”.

Ed è ancora e sempre così, in un luogo in cui il Verbo coincide con la Pubblicità, l’Essere coincide con l’Apparire (il volto della Wise non lascia quasi tracce di alterità, si potrebbe dire, ma su questo dovrò tornare), il “piccolo commercio del cinema” (Godard) coincide spesso con l’unica moneta da giocare. Moneta falsa, gioco truccato, nel quale le donne si perdono senza sosta e ormai con piena consapevolezza.

 

Il volto di Ali Wise è un sintomo, direi, possiede la bellezza della Maschera e perciò testimonia meglio di chiunque altro di che cosa è poi fatta, oggi, la vita di una donna…Dentro/fuori dalla gabbia politico-sociale, quest’animale troppo razionale per essere pura ragione, ovvero compromesso e senso della misura "maschili", doveva lasciare il segno delle proprie unghie e l’ha fatto in un modo oggi molto di moda: spiando la verità che gli uomini (i suoi ex amanti, ci raccontano i giornali) non dicono, oppure quella che hanno detto così bene da far sospettare che sia falsa. Allora, la voce delle altre donne sarà la fonte da cui attingere? Spirito di corpo, intercettazione indefinita?

Senza queste contorsioni degne di un film di spionaggio, con tanto di tecnologie all’ultima moda, ci sarebbe ancora qualche cosa da dire, in quest'epoca di plagio generalizzato?
Si dirà che sono soltanto (ma come fare a saperlo? Dov’è il confine?) intercettazioni d’amore…Bella farsa, degna di chi può ancora credere che dopo l’adolescenza esista un sentimento del genere che non sia mescolato ad altri fiori malsani: in primo luogo, quest’ossessione di sapere, di conoscere, di scavare…Il sintomo delle proprie mancanze, del fatto che la donna è bucata al centro, waste land. E chiede di essere riempita nel modo impossibile che le è proprio, di cui il resto- se poi c'è un resto degno di nota- non è molto altro che una metafora.
Non faccio che ripetere cose già dette e sentite, ma la storia che si racconta qui è quella di un fantasma, che c'è di strano se, allora, ritorna sempre?

Allora, all'infinito, lei ha ascoltato quelle voci per cui e da cui, adesso, è giudicata: altre storie che cancellavano la sua, ma dov'era questa verità da stanare? Quale di quelle donne sapevano ciò che lei non ha saputo dare nè prendere? Chi è la maschera meglio riuscita del reame? E lui, questo Lui che sembra ogni giorno di più una comparsa? La scena, infatti, non è sempre occupata da qualcun altro che dice e vocifera? Ali e il suo spirito maligno?

L’ideologia amorosa ci dice: “La verità è tutt’uno con l’amore, altrimenti non esiste niente…” E’ vero, ma il modo in cui si fa giocare questa carta fa un’enorme differenza! Ad un certo punto, non si cerca più la verità e quello è il segno che il desiderio, si può supporre, sia giunto alla sua conclusione. Occorre riconoscere che non si è desiderati, ma questo punto di attrazione/fascinazione/morte, per qualcuno, non arriva che molto tardi…
E’ difficile, credo, identificare il caso specifico di Ali Wise;  coloro che si meravigliano che questo triste affair mi interessi (gente che mi scrive in privato dicendomi che dovrei occuparmi di "cose più serie") non sono, probabilmente, molto portati per la letteratura. Saranno dei letterati, forse, ma non sono degli scrittori…E’ gente come la Wise che colora- di rosso, di grigio, non importa- il nostro (assurdo) mondo.
E’ quest’alienazione che uno scrittore deve conoscere, credo. Il resto è porcheria, frantumazione, giochi di stile. Piacevole, per carità, ma non parla al cuore- nero, molto spesso- delle persone. Quando la scrittura non leva la maschera alla letteratura, che cosa rimane? Stucchi, decorazioni. L'essenza della moda, forse, ma bisogna cogliere il passaggio, l'evanescenza...Immagino a stento che cosa avrebbe potuto scriverne uno scrittore di genio come Foster Wallace; forse qualcuno sta già prendendo appunti in qualche parte del mondo. Resteranno le tracce, ritorneranno sotto altre forme.

Scommetto che questo possibile scrittore non sarà italiano: noi abbiamo il culto della sincerità posticcia, esperti del kitsch sentimentale che rimane anni luce lontano dall'inganno, dall'Interessante (Baudelaire. Wilde).

Non c'è alienazione senza la costruzione metodica del falso, ma non si vede alcuna verità se non sotto il maquillage...Situazione doppia, nella quale la donna deve reagire e l'uomo in genere affonda nel consenso, menzognero, di una doppiezza che non capisce. Meglio, di cui non ha alcun bisogno. Questo lo scenario, mi sembra, l'eterno soggetto.

Ho scritto che il volto della Wise (nella foto) non lascia tracce di alterità, volevo dire che ha racchiuso in sé la maschera sociale che, adesso, si è frantumata- non senza combattere- in tribunale…Gli occhiali da sole non le sono serviti a niente, va da sè, lo sapeva. E’ sempre in evidenza, come la lettura rubata di Edgar Poe: non detiene nessuna verità e pertanto ha il diritto di cercarla. Non ha la presunzione di essere ciò che non è, ma è piuttosto una persona che ha pianto (e sorride sulle lacrime) di non essere. Lutto e malinconia, ovvero questo sorriso stampato sulla faccia che mi commuove molto di più di una lacrima retorica...In un mondo che lavora sulla sua carie, da sempre.

Lo trovo interessante, perché non ho mai creduto a quelle donne, incredibilmente fragili, che credono di non truccarsi mai: al contrario, sono le più "artificiali" che si giocano il tutto e per tutto. Il coraggio “senza trucco” è come un esercito senza guerra, una finzione che ci si racconta.
D’altra parte, a guardare bene c’è un luogo di quel viso- consegnato ai media, è vero, ma in questo modo anche alla contemplazione laterale alla quale lo sto sottoponendo-, che lascia immaginare una storia diversa, la storia di una bambina cresciuta troppo bene che non può sfuggire alla sensazione, terribile e onnivora, di non essere amata…Indovinatelo voi, io per parte mia l’ho già visto. 

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giovedì, 22 ottobre 2009

Ali Wise

- Diciamo che sei diventato pettegolo e amorale…

 

- Diciamo pure che sto diventando pettegolo, semmai.

 

- D’altra parte era su tutti i giornali, ieri, il caso Ali Wise.

 

- Questo caso, come giustamente sottolinei, dovrebbero considerarlo emblematico almeno quanto i “casi clinici” di Freud.

 

- Ma è senz’altro un caso clinico, non leggi i giornali scandalistici? Sono pieni di particolari edificanti sulla gelosia dilagante e…

 

- Mi prendi in giro, non vado oltre le testate rispettate, lo sanno anche i gatti.

 

- Animale intrigante e pettegolo, il gatto…Non toccategli il suo eremo! Eremo che Ali Wise, invece, può tranquillamente abbattere. Non è così?

 

- Come fai a provare simpatia per una donna che ti fruga nel telefono di nascosto e che lo fa dopo che tu, con lei, hai chiuso per sempre?

 

- Forse l’aspetto psicanalitico sta proprio qui: non si chiude mai veramente con le donne. Quando credi di averlo fatto, il tabulato telefonico ti conferma il contrario.

 

- L’intercettazione è qualcosa di subdolo, dunque è tipicamente femminile.

 

- Archetipo, please. Si dice archetipo…

 

- Facciamo Gestapo? Suona più realistico.

 

- E poi non hai capito la dinamica: le intercettate erano  le amanti degli ex e non gli ex della Wise. Altrimenti sarebbe banale, cioè tipicamente maschile. Ops!

 

- Va bene, spiegalo alle vittime dei congiunti, ai ricongiunti…Insomma, non cambia niente: si tratta sempre di “congiunzioni” che con la Wise non dovrebbero c’entrare nulla. Si chiama, ma forse dovrei usare il condizionale, privacy…

 

- La privacy, certo. La privacy come mito...Non esiste niente del genere se ci sono in giro software come quello utilizzato da Ali W, e chissà quante altre prima e dopo di lei. Infatti, l’hanno definita un’eroina…E’ evidente che molte donne vorrebbero sapere ciò che la Wise ha potuto sapere soltanto violando la legge.

 

- “Pericolo pubblico” nell’immaginario collettivo fa rima con “eroismo”. Niente di nuovo sotto il sole. Quello che mi attira in questo personaggio è la sua missione "evangelica" di scavare nella verità del soggetto anche dopo che (io continuo a pensarla così) tutto è finito…O non è finito, a sentire le tue riflessioni. A proposito, dove hai nascosto il mio cellulare?

 

- Comunque non corri nessun pericolo, le vittime tipiche della Wise erano grandi nomi del jet-set: gente come questo Josh Deutsch, discografico, che aveva intrecciato una relazione postuma, ehm, con una certa Nina Freudenberger…Però, se non hai un cognome finto tedesco o pseudonazista non puoi entrare nel jet set!

 

- Relazione...postuma? Siamo già all’abuso di potere. Ali Wise eroina…Bisogna che mi rilegga i seminari sul femminile di Lacan.

 

- Lascia perdere, non serve…Dallo scandalo Profumo in poi, almeno, è sempre la vedova nera che colpisce le zone inguinali.   

 

- Il teorema non fa una piega.

 

- “Il completo nero elegantissimo che sfoggiava davanti alla Corte penale di Manhattan, le minigonne inguinali (che ti avevo detto?), le scollature, etc.”, cito dalla Repubblica. Intendo il quotidiano.

 

- Se li sceglieva bene i polli, comunque, la bionda tele-patologica. Ma dico, ai tempi di Kierkegaard ti dovevi inventare la fidanzata infinita, l’eterna nevrosi, la “spina nel fianco”. Adesso, guarda caso, non si vede l’ora di farla fuori. E loro che cosa fanno? Finiscono in tribunale pur di sapere che cosa diavolo "non avevi capito"...Come sono cambiati i tempi! Stiamo andando verso il grado zero della coppia, sempre più rapidamente.

 

- Forse hai ragione, la fidanzata era un tormentone del XIX° secolo, forse persino un’invenzione di quel secolo, basta leggere i romanzi. Sposa quello, tradisce quest’altro, mille questioni aperte: onore, virtù meravigliosamente oltraggiate, menzogne, il pretendente vero e quello falso, mentre oggi sono tutti ugualmente un po' veri  e un po' falsi. E il Diario del seduttore, il tuo preferito, certo, che occultava la crisi teologica del maschio sotto la biancheria intima che non passa mai di moda. Nel Novecento, l’ultima tendenza è stata: “sfoghiamoci su questa ragazza per via delle nostre crisi esistenziali”. Tipo Bergman, Kafka e compagnia bella.

 

- Sempre erudita, ma per fortuna ignara di telecomunicazioni. E comunque c’è stato prima De Quincey con…

 

- L’assassino, un artista come tutti gli altri? Cosa c’entra? Erano omicidi a regola d’arte, quelli, del tutto impregnati di razionalismo. De Quincey era un nipote di Kant, anziché di Rameau. Kant e la gelosia? Non può essere, alcun ostacolo emotivo si deve frapporre tra l’omicida e la vittima, altrimenti sarebbe omicidio intenzionale, non ricordi? 

- Ti uccido stasera, appena hai smesso di leggere l’articolo.

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categoria:arte, scrittura, attualità
martedì, 13 ottobre 2009
Roland Barthes“La lettura è l'elemento conduttore del Desiderio di scrivere (ora sappiamo con certezza che esiste un godimento della scrittura, anche se ci appare ancora molto enigmatico); non che desideriamo necessariamente scrivere come l'autore che ci piace leggere; quel che desideriamo è unicamente il desiderio che l'autore ha avuto del lettore mentre scriveva, desideriamo l'amàtemi implicito in ogni scrittura. Lo scrittore Roger Laporte l'ha detto molto chiaramente: 'Una pura lettura che non faccia sorgere un'altra scrittura è per me una cosa incomprensibile...La lettura di Proust, di Blanchot, di Kafka, di Artaud non mi ha dato voglia di scrivere su questi autori (e nemmeno, voglio aggiungere, come loro), ma di scrivere'. In tale prospettiva la lettura è una vera e propria produzione: non più di immagini interiori, di proiezioni, di fantasmi, ma alla lettera di lavoro: il prodotto (consumato) è restituito in produzione, in promessa, in desiderio di produzione, e comincia a dipanarsi la catena dei desideri, poiché ogni lettura vale per la scrittura che genera, all'infinito. Questo piacere di produrre è élitario, riservato ai soli scrittori virtuali? Nella nostra società, società di consumo e non di produzione (...) tutto è fatto per bloccare la risposta: gli 'amatori' della scrittura sono dispersi, clandestini, schiacciati sotto il peso di mille ostacoli, anche interiori. E' un problema di civiltà: ma la mia profonda e costante convinzione è che non sarà mai possibile liberare la lettura se, nel contempo, non liberiamo la scrittura”.

Sono parole tratte da Sulla lettura (contenuto in Il brusio della lingua, Einaudi, 1988), una conferenza del '75 che segna, credo, molte cose nella vita di Roland Barthes: in modo vistoso, il passaggio dalla semiologia alla psicanalisi, dato che vi si riconosce facilmente la teoria del Desiderio rielaborata da Jacques Lacan attraverso quel "ritorno a Freud" che non ha smesso di creare nuove strade- e nuovi conflitti- nella cultura alla quale facciamo spesso riferimento. Ma in modo meno eclatante, in questo testo semplice e straordinario e consigliabile a chiunque non sia prevenuto nei confronti dell'autore, c'è il personaggio stesso di Barthes, la sua umanità che esordisce ad un convegno portando soltanto, anzichè il consueto ritegno accademico, "la lettura del soggetto che io sono, che credo di essere". Teoria in prima persona, dunque, esposizione e, da questo momento in poi, una certa avventura. L'avventura di scrivere. I testi barthesiani, in effetti, si faranno sempre più intrepidi, più personali, ma combattendo su due fronti: da una parte un esterno che lo deve avvincere (la fotografia, per esempio, ne La camera chiara) e al quale occorre prestare orecchio quanto più è possibile (un giorno si dovrà parlare meglio del Barthes musicista...), dall'altra una ritrosia verso la prima persona singolare, verso il proprio Io, anche quando arriverà a titolare un libro di "ricordi" Roland Barthes di Roland Barthes. Gioco di specchi nel quale è riuscito, ancora una volta, a evitare la ghigliottina dell'ego, la macchina triste sotto la quale infiniti Narcisi- quelli di sempre- si sono fatti tagliare quel poco di testa che avevano. No, non fa venire voglia di scrivere come lui, per parafrasare Laporte, ma di leggerlo ancora sì.
 
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categoria:cultura, arte, scrittura, lettura, critica, barthes
lunedì, 05 ottobre 2009

Bellezze da frigorifero

 

Andy WarholNon sono certo che la bellezza sia o debba essere un concetto, in altre parole non sono sicuro che sia giusto pensarla. In questa presunzione di pensare il Bello persino dopo Kant e il tramonto dell'Illuminismo, ci vedo un’incomprensione profonda della natura umana, di quelle esigenze che passano anche tramite la conservazione del "pregiudizio", di qualcosa di acquisito che, per definizione, si sottrae alle lacerazioni del pensiero. Il bello richiede il riposo della mente, in altri termini. Se qualcuno pensa la bellezza, se qualcuno vocifera più che altro intorno ad essa, non è forse perché vi si misura dal di fuori?

Si dimentica spesso questo fatto: le avanguardie artistiche sono nate da eventi luttuosi, da epoche dissestate che hanno costretto il pensiero a riformulare, dolorosamente, l’idea del Bello. Si è trattato, a ben vedere, di contesti ben precisi che esulano da ciò che si è realmente disposti ad accettare non appena quelle condizioni vengono meno. Lo “shock dell’arte moderna” non può essere una moda, eppure sembra lontano anni luce. Per questo motivo, in fondo, Andy Warhol rimane un epicentro dell’estetica (post)moderna. In modo doppio e sfuggente, paradossale, Warhol incarna sia il superamento della Modernità- con tutte le sue idee sulla "bellezza convulsiva" o apocalittica, in ogni caso "nuova" o "trasgressiva"-, sia il mantenimento di ciò che si è già cancellato.   

 

L’artista, ad ogni modo, vive ogni problema nella forma che crea. Dunque dall’interno, sempre. Ma ciò non fa di lui un anticonformista a tutto tondo; può accadere che nella vita di ogni giorno egli desideri ritrovare una bellezza rassicurante che gli faccia dimenticare gli sforzi che fa per assentarsi, un po’ come quando accende il televisore o si cucina dei surgelati. Desidera il suo opposto, desidera qualcosa che lo annienti, direbbe la psicanalisi, come soggetto (l’artista e la sua colpa passano anche da qui). E’ triste, forse, ma è così che accade. Il più dionisiaco dei poeti potrà sempre restare un borghese, quando si tratta di preservare il suo “atto di creazione” (Deleuze).

Soggetto scisso per eccellenza, l’artista capitalizza sé stesso senza garantire affatto il valore di ciò che, presente nella sua opera, non desidera in altra forma (sociale, politica, affettiva) che in quella che ha già creato. Ciò che non può garantire è proprio la persistenza di quel valore: si corrode al suo tatto, dilapida l’Essere o il Bene da cui dipende, ogni volta, ricominciando daccapo. Etica assassinata sul nascere, dunque, l’arte brucia di un fuoco siderale, lontano. L’artista nasce morto all’universo, è la sua vana gloria. Egli non conosce, in fondo, che la materia. Fine della dialettica, tramonto della rivoluzione.

 

 

Spirali

 

“My work develops in a spiral…” (Silvia Bachli)

In questa frase c’è tutto il lavoro che mi è accaduto di fare intorno a certi testi, in modo saltuario, in particolar modo in alcuni post "assurdi" (Senza origine, Siamo certi che la frase non sia una lunga veste bianca?), nel commento alle opere di alcuni autori che mi porto dietro da anni- splendide occasioni di provocarmi verso esiti nuovi, in buona parte sorprendenti- più in generale in quelle apparenti “improvvisazioni” che, in realtà, celano una sorta di inconscio testuale. Anche l’improvvisazione, d’altra parte, richiede un apprendistato. Penso di aver rielaborato, a questo proposito, un certo decostruzionismo letterario ma di non averne rispettato a sufficienza le regole. Tuttavia, non provo alcun senso di colpa per questo fatto…E’ che sono affascinato da quello che può succedere scrivendo, nell’atto di de-formazione del senso più che del significato di per sé; da qui, l’attrazione per la saggistica “deviante”, per una sorta di teoresi on the road. Per qualcosa che tradisca anche me, lungo il percorso o appena girato l’angolo. Una filosofia della fatalità del testo anziché della femme fatale (nell’abisso grammaticale di queste due espressioni: l’una che si legge sul rovescio linguistico dell’altra)? Come non restare affascinati di fronte a ciò che si frantuma, si lacera, diventando altro senza fine?

Barthes sulla lettura: “Il saper-leggere può essere circoscritto, verificato allo stadio iniziale, ma diventa rapidamente senza fondo, senza regole, senza livelli e senza fine”. E d’altra parte, non esistono letture ingenue: “(…) Ogni lettura si svolge all’interno di una struttura (per quanto molteplice, aperta) e non nello spazio presunto libero di una presunta spontaneità: non esiste alcuna lettura ‘naturale’, ‘selvaggia’; la lettura non oltrepassa la struttura, ma è ad essa sottomessa, ne ha bisogno, la rispetta; però la perverte” (dal testo della conferenza Sulla lettura, 1975).

 

 

Esilio

 

Esilio e scrittura, quante volte mi è sembrato che queste due parole si contenessero l’un l’altra, a tal punto di non poter parlare o sentire l’una senza l’altra, esattamente come due voci che si rincorrono sul mare. Finito di leggere Dall’esilio di Josif Brodskij, trattengo un passo denso di ironia e angoscia: “La vita in esilio, all’estero, in un elemento estraneo, è essenzialmente una premonizione di quello che sarà il tuo destino cartaceo: il destino di un libro sperduto sullo scaffale in mezzo a quelli con i quali hai in comune soltanto la prima lettera del tuo cognome. Eccoti lì, nella sala di lettura di qualche gigantesca biblioteca, ancora aperto…Il tuo lettore se ne infischierà di sapere come diavolo sei finito lì: in una certa prospettiva, tutto quello che lui legge si mescola e si fonde insieme. Se non vuoi che ti richiuda, se non vuoi finire di nuovo sullo scaffale, devi poter dire al tuo lettore - che crede di sapere già tutto- qualche cosa che sia qualitativamente nuovo, sul suo mondo e su lui stesso”. Altro che esistenza autonoma della scrittura, bel miraggio da letterati! Ciò al quale ti sottrai all’inizio, te lo ritrovi di fronte alla fine; a meno di non disconoscere ciò che hai scritto, ma uno scrittore non è come un pittore. La sua libertà, sembra dirci Brodskij, porta il peso morale della parola.  

Perplessità riguardo all’idea dell’esilio: il fatto è che per me la condizione dell’esiliato non è tanto quella di chi dimora all’estero, lontano dal suo Paese; situazione scomoda ma tutto sommato reversibile, dato che si può sempre tornare indietro. L’esilio è quello di chi rimane invischiato nella sua lingua madre. Questo mi appare l’esilio peggiore, ammantato di familiarità, di non belligeranza, ma in realtà corrosivo. E allora penso alla Siberia dove si avventurava Juliette…

 

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mercoledì, 30 settembre 2009

Roman PolanskiUno degli aspetti più scontati, almeno per me, della triste e patetica vicenda giudiziaria che si sta avvolgendo attorno al corpo e all’opera di Roman Polanski è l’atteggiamento tipico del governo (della mentalità) di destra, oltre che di una certa parte sociale che l’appoggia ad occhi chiusi: inutile fare nomi, dato che il coro canta sempre la stessa solfa qualunque sia il parlamentare di turno. Si canta, senza tanti perché, l’inappellabilità assoluta del giudizio sulla condotta di Polanski, il fatto che in ogni caso si tratta di “pedofilia” e pertanto, che si tratti o no di un “regista famoso e acclamato in tutto il mondo”, occorre condannarlo…Ecco un comportamento di destra, se ancora qualcuno non l'avesse notato con sufficiente veemenza, per due motivi: 1) perché ignora la Storia, ovvero gli anni Settanta ed il genere di costume sociale che, specialmente nell’ambiente artistico ma non solo, era facilitato e considerato legittimante; 2) perché non sa rinunciare, come corollario della sua cecità storica, al moralismo che solletica specialmente la parte femminile di suddetta "governamentalità" , come avrebbe detto Foucault. C’è anche un terzo punto, banale ma ben presente in tutto la vicenda: la sostanziale ipocrisia di questa gente che condanna senza appello qualcosa che, in realtà, desidera avidamente. Ancora una volta, un artista- sulla scia di molti prima di lui- paga con la libertà il quoziente intellettivo da Bingo che muove gli assi politici e una parte della società, oggi più che mai.

 

Occhi chiusi, dicevo, non soltanto sul cinema- che non sarebbe poi così grave,  non è neppure pertinente come “alibi sociale” visto che si pretende di parlare di etica- ma sulla Storia. Il grande fantasma dei nostri tempi, quello sul quale anche gli intellettuali spesso tacciono. Specialmente la storia è la grande assente, anche se qualche giornale straniero ha avviato quello che, ogni giorno di più, diventa il revisionismo necessario da applicare a questa vicenda, avallato dal perdono già conclamato della vittima (perdono che equivale, a sua volta, ad un'ammissione di coscienza storica facile da comprendere).

Quando in un mondo come quello in cui viveva allora Polanski, dove si facevano di LSD e di marjuana senza tanti complimenti, anzi persino osannati da qualche guru di turno, tutto questo sotto casa, ovvero sul bordo della fatidica, immancabile piscina (altrimenti perché David Hockney insisteva nel dipingerle?), magari leggendo Ginsberg o pensando ad Alesteir Crowley (Rosemary’ Baby non è proprio un elogio della famiglia, vero?) – ebbene, che cosa si dovrebbe ricavare da questo contesto storico, così disinvoltamente ignorato dalle solite false suffragette in pensione, giovani e vecchie, che gettano pece su Polanski? Che cosa avrebbero potuto fare di diverso, mi chiedo, quei due negli anni Settanta? Giocare a sette e mezzo?

Che cosa crede che sia stata la”rivoluzione sessuale” la nostra bella Italia o la bella America- oggi entrambe mummificate, si può dire, sul piano dell'iniziativa storica ma pronte ai più assurdi revisionismi, come se non bastasse il delirio della Cina-, una faccenda di lecca lecca e di graziosità liberty? Doveva mandarle un biglietto da visita, forse, e poi “chissà se mi penserà”? La vittima stessa ha rimosso la vicenda con nonchalance, quando gli unici che non ci riescono sono, ovviamente, gli avvoltoi della morale pubblica.


Lolita (Kubrick)Al di là del contesto e delle vicende biografiche di Polanski, quante storie come questa- stessa storia, medesimo copione- sono esistite da sempre, fin dagli albori del cinema? A maggior ragione in un mondo dove le droghe e gli eccessi di ogni tipo facevano parte di un discorso sociale che si voleva essenzialmente liberatorio- criticabile quanto si vuole, certo, ma funzionale a quel sistema diventato leggenda- che oggi è, naturalmente, impensabile. Ed è su questa impossibilità di collocarsi in una scena di quarant’anni fa che, credo, sono inciampati anche registi sopravvalutati come Luc Besson; povero Besson che non ha più idee da anni e sta scivolando nella crisi più nera…Il buio della sua mente è quello del suo cinema, d'altra parte. Mentre il collega più anziano miete successi, come quasi sempre nella sua lunga carriera (il suo ultimo film dovrebbe uscire quest'anno); adesso con lo scandalo in mezzo a completare il trofeo, ancora di più.


Dove c’è lusso e ricchezza, vera o soltanto ostentata, leggerezza e angoscia, ovvero nella mecca del cinema hollywoodiano (non tutto il cinema, parlo di una certa Hollywood) è semplicemente ovvio che vi sia la tanto vituperata “decadenza”. E ci mancherebbe. Ma qualcuno grida allo scandalo: “Ma a quel tempo era una minorenne!” Ecco che la "coscienza storica" si desta, guarda caso, soltanto di fronte alla piccola ipotenusa del sesso. Perché Lolita che cos’era, scusate, ottuagenaria? Fantasmi d'epoca, ecco che cosa sono queste notizie.

E’ forse meglio oggi, d'altra parte,che la maggior parte degli ex sessantottini si godono “in santa pace” una soap opera: l’equivalente rovesciato- dal lato del sentimentalismo- di un film pornografico? Sarebbe questo un progresso? No, non è un progresso…E’ un regresso della coscienza, puro e semplice, un misconoscimento della natura umana, come minimo. Polanski è un artista appartenuto a quel mondo, fino ad un certo punto, come ha detto un giornale inglese “era un’altra epoca”. Provocatorio, venuto dalla povertà di una Polonia che non aveva il legno per il caminetto...Appunto, questa è storia vissuta e non chiacchere; come la storia evocata ne Il pianista, per esempio, che qualcuno di questi acefali senza occhi dovrebbe vedere prima di separare- come al solito- l'etica dall'estetica. Ricordiamocela la Storia, magari contro i totalitarismi del presente e il "buon cuore" pur sempre avido di morte, altrimenti finiremo tutti come i pagliacci che legiferano a vuoto, prima ancora che si possa dire: “Ciak, si gira!” Perché questa storiella non è neppure all’altezza di una soap opera…svizzera.

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categoria:cultura, cinema, arte, critica, attualità, roman polanski, epoche
domenica, 27 settembre 2009

Francis Bacon- Allora, leggere, questo grande verbo oscuro…Non sarà nient’altro che la questione per eccellenza, se ci si riflette bene, anche soltanto per un attimo: è la questione della cosa.

 

- Certo, senza una qualche lettura o decifrazione non si potrebbe parlare di nulla!

 

- Ma neppure del leggere, dei lettori, della letteratura. Si dicono spesso molte cose banali sulla lettura, specialmente che non si legge e che non c’è tempo per leggere. Ma poi eccoci qui, in questi giorni torinesi affollati di libri nuovi e usati, a ridosso di Torino Spiritualità o di altre manifestazioni che si susseguono a ritmo incalzante, con qualche libro in mano, oppure circondati dai libri. Tutti. Assediati, persino, dal libro.

 

- Il libro esiste, c’è. Magari non vende o finisce al macero…Ma nessuno può negarne l’esistenza. Sembra un martire cristiano nell’epoca sbagliata.

 

- Lettura come martirio? Non mi piace neanche un po’, è del tutto fuorviante per me. Anche se il rapporto tra scrittura e religione è il più forte in assoluto, infatti in gioco c’è proprio l’Assoluto.

 

- Lo so, pensavo a persone più normali di te, gente che legge poco, pochissimo. Che dice “vorrei ma non posso”…Cose così. Tu sei una specie di maniaco, non un martire!

 

- Lo confesso. Ma non è Patrick Grainville che ha scritto una volta: “Beati i maniaci perché hanno ancora un dio?”

 

- Potrebbe venire frainteso, tutto ciò, in ogni caso non lo proporrei come motto a Enzo Bianchi. Ma torniamo indietro…Dove eravamo? Ah sì, stavi parlando, non so perché…

 

- Della cosa, dell’essere una cosa…Questo termine generico che tuttavia usiamo spesso, potresti anche interpretarla, in termini meno astrusi, come nudità. Io pensavo a quando si dorme nudi per esempio, in estate. Leggerezza, sensazione primitiva, potenza e fragilità. L'effetto che fa la nudità nella danza, poi, è immenso. Leggere ti denuda, se non fai attenzione…E in fondo, è spesso quello che segretamente desideri. Non è così?

 

- Sì, questo rapporto che tenta di spogliarsi di ogni rapporto già vissuto, codificato…Si tratta della lettura romantica, quella che crede di poter essere priva di legami con tutto il resto. Sogno di tutti i lettori, credo, la lettura nomade…E poi tu dici l’amore, ma quando mai ha perso il proprio codice, le proprie leggi che restano ben visibili sotto pelle? Dopo Freud, impossibile non saperlo.

 

- In ogni caso, l’amore è il meno desiderabile dei libri. E’ sempre di seconda mano.

 

- Ma la lettura come messa a nudo rimane un ideale ed è questo che, forse, conta di più: il desiderio di fare un passo nella terra di nessuno, insomma, di lacerare ciò che avvolge tutte le cose, sempre, quelle che crediamo di conoscere…Non è così anche quando si scrive? Lettura e scrittura hanno una medesima matrice, sono l’una il rovescio dell’altra, ma è strano che se ne parli così poco. Come riuscire a parlare, a dire il vero, delle due cose allo stesso tempo? Questa dialettica mi sfugge…Di recente, leggevo un libro intitolato “Etica del lettore”, ma non si faceva alcuna menzione dell’atto di scrivere, non si respirava che una serie di moniti morali per “cattivi lettori”. Trattato sulle virtù della lettura che serve soltanto a giustificare coloro che i libri li hanno sempre letti?

 

- Lasciamo perdere la critica dei professori…L’unica critica che posso accettare è quella dei creatori, degli scrittori, vale a dire: Barthes, Richard, Blanchot, Solmi, Magrelli e qualche altro. Autodidatti, in un certo senso, gente affamata di letteratura.

 

- E Genette, per favore, quel piccolo grande genio che è Gerard Genette. Lasciamo pure perdere la critica, torniamo indietro. A passo di lettore, di danza.

 

- Lettura e danza, questo l’accetto bene! A pelle, funziona. Il lettore deve poter danzare in un libro, qualunque cosa voglia dire. Ci deve poter masticare, muoversi, accendere la luce…Mi ci posso ammalare, magari sento persino il dovere di ammalarmi.

 Sylvie Guillem

- Come nei quadri di Francis Bacon, per esempio, c’è sempre una lampadina o un rubinetto…Non hai mai l’impressione di luoghi costruiti, codificati. Punti di fuga o di shock imminente. Tensione, giravolte, pannelli contro monumenti. La pelle liquida dei personaggi di Bacon, dunque…Ecco il testo, se mi consenti.

 

- Quest’idea si è persa per strada, quella del Testo. Dell’opera letteraria che conta per sé stessa, e del conseguente lettore che vive della riscrittura o della traccia di quel luogo senza confini - come fai a dire che esiste quest’essere pneumatico e danzante? Questo danzatore? Se non ci fosse la musica…

 

- …Non esisterebbero i lettori, forse. Questo mi ricorda Thibaudeau, di cui mi parlavi ieri, del suo sorprendente Ouverture. Mi sembra che l’immagine della "materia" che emerge anche dal suo romanzo, oltre che da Lucrezio o da Le Clèzio - un'immagine per tradizione femminile, materna, ma anche inquietante-, si addice meglio all’idea di che cosa sia leggere o al personaggio (sempre più raro, dicono) del lettore. Tu prima parlavi invece dell’amore, allora mi è venuto in mente il Simposio: la lettura sembra ricalcare dall’interno la scrittura, e viceversa. S’impara a leggere, a scrivere poco dopo. Mi sbaglio oppure ho dimenticato com’è andata? Platone, comunque, condannerà la scrittura. Divisi all’origine, ma già da sempre uniti contro la "voce del padrone" che imponeva la separazione? Questione dei calchi, leciti o illeciti; questione dell’androgino e della forma…

 

- Dato che sono un uomo di teatro e non un filosofo, lasciami fantasticare. Tu vai troppo veloce...Io vedo la scena, queste grandi fosse dipinte con le parole…Poi una ballerina, guarda bene, s’immerge in uno dei fossati e tira fuori degli strani organi come di medusa. Allora capisci che non è l’umanità che è in gioco, non soltanto, e che si trattava di quella cosa di cui non possiamo parlare, forse, del desiderio stesso.  

postato da: Remy71 alle ore 17:30 | Permalink | commenti (4)
categoria:cultura, letteratura, scrittura, lettura, critica